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Intervista a Daniela Capaccioli: scultrice della trasparenza

Le opere d’arte di Daniela Capaccioli conquistano lo sguardo ed evocano immagini potenti. Presenze evanescenti e concrete che si inseriscono con grazia in ambienti naturali o architetture preesistenti  dando vita a nuovi scenari, inattesi e sorprendenti, di rara bellezza.

Per realizzare le sue opere Daniela Capaccioli utilizza e lavora magistralmente proprio le reti metalliche Cavatorta. Così abbiamo deciso di intervistarla per raccontare il suo percorso artistico e le sue affascinanti sculture metalliche. 

Un’infanzia divisa tra Toscana e Lombardia, attraversata da una passione profonda per l’arte, fino al conseguimento del diploma alla scuola di Belle Arti di Brera a Milano.

Dopo aver lavorato per diversi anni come assistente scenografa in alcuni dei più importanti teatri italiani, Daniela Capaccioli si trasferisce nel 2000 in Francia dove sperimenta altre forme d’arte come la lavorazione dell’argilla e della ceramica. Ma è solo nel 2002 che scopre un percorso artistico del tutto particolare che sente subito suo: lavorare la rete metallica al pari dell’argilla per dare forma al vuoto materializzando sculture eteree appartenenti al suo immaginario più profondo.

Quando e come è cominciato il suo percorso artistico?

Il mio è un percorso eterogeneo, dal liceo classico sono passata alla specializzazione in scenografia all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano dove, oltre a continuare con il disegno, ho scoperto il lavoro sulle tre dimensioni realizzando decori teatrali, è avvenuto così il mio primo approccio alla scultura.

Trasferitami in Francia nel 2000 per motivi personali, ho voluto approfondire questa passione iscrivendomi a corsi di modellazione dell’argilla, calchi in gesso, ceramica al tornio, ampliando così le mie conoscenze in materia e realizzando sculture in vari materiali e attraverso diverse tecniche.

Proprio durante uno di questi percorsi ho scoperto la rete metallica. Fin da subito ho trovato la mia strada per lavorarla. All’inizio alternavo l’utilizzo dell’argilla a quello della rete metallica, poi dal 2016 ho cominciato a dedicarmi sempre di più a questo secondo materiale col quale mi sentivo di giorno in giorno più a mio agio.

Come ha scoperto che la rete metallica poteva essere il materiale giusto per creare le sue opere? E quali sono le caratteristiche della rete metallica che l’hanno affascinata e l’hanno portata a scegliere questo materiale?

Come accennavo, ho scoperto la rete metallica nel 2000 durante un corso, grazie a Béatrice Koster che mi chiese di utilizzarla per realizzare un’opera destinata alla mostra “Il corpo e l’aria”.

Ho creato così la mia prima scultura in rete intitolata “Il salto”. Utilizzavo per la prima volta questo nuovo materiale e all’inizio mi ha messo un po’ in difficoltà perché volevo che non ci fossero sovrapposizioni della rete, le congiunture dovevano sembrare come “cucite”.

Non ho capito subito che la rete metallica sarebbe stata il mio materiale prediletto perché amavo ed amo ancora molto lavorare l’argilla. Mi ci è voluto qualche anno per rendermi conto che era il materiale giusto per esprimere il mio desiderio di dare forma al vuoto, di materializzare esseri e figure che popolavano il mio immaginario.

Poi nel 2016 ho proposto un progetto di mostra in occasione del 50emo anniversario del Teatro Povero di Monticchiello, in Toscana, paese natale di mio padre. L’idea è stata accolta con entusiasmo e mi ha permesso di realizzare le mie prime sculture di grandi dimensioni in omaggio a questo luogo, alla sua gente piena di energia e a mio padre. È nata così la mostra “Memorie”.

La rete metallica, con la sua trasparenza, mi ha permesso d’immergermi nella dimensione del ricordo dando forma a personaggi legati alla mia memoria di bambina e del vissuto in queste terre. È un materiale che mi permette di andare al di là del tempo, di esplorare il passato e il futuro mescolandoli al mio immaginario.

L'apparente vuoto che ci circonda è in realtà pieno di forme invisibili e impalpabili, quelle della memoria antica e universale, quelle della memoria recente, della storia di ogni singola persona e quelle di un futuro che è già tra di noi attraverso gli occhi dell'immaginazione.

Siamo immersi in un continuo flusso che racchiude in sé passato, presente e futuro, ma spesso siamo incapaci di scorgerlo, perché è necessario fermarsi e aspettare, fermarsi e guardare, fermarsi ed ascoltare, solo allora figure e forme appaiono, mormorano e ci osservano.

A volte si rivelano nei sogni, a volte ad occhi aperti, per quelli che vogliono vederle, pur restando discrete e sfuggenti, suggerendoci la loro esistenza.

Immergerci in questo mondo parallelo, diventare parte di una realtà invisibile, renderci capaci di cercare e vedere al di là della materialità del proprio corpo e delle cose che ci circondano per penetrare in profondità in questo flusso, per quanto contraddittorio possa sembrare, ci permette di fermarci un attimo, sospesi in un tempo che non è più quello che scorre implacabile davanti ai nostri occhi, ma quello di un universo, di un tutto di cui facciamo parte.

Con le mie sculture desidero stimolare lo spettatore, anche se immerso in uno scenario reale e concreto, a cercare oltre quello che la sua vista e il suo udito gli fanno percepire.

La trasparenza delle sculture lo accompagna e lo trasforma in un viaggiatore sospeso in un tempo indefinito tra passato, presente e futuro. Il suo processo di ricerca visiva si trasforma in percorso della mente che si immerge nei ricordi o si proietta in un possibile futuro.

Come nascono le sue opere e quanto conta per lei il legame tra le opere stesse e il contesto nel quale verranno installate?

Ho sostanzialmente due modi di lavorare. Alcune sculture sono create specificatamente per il luogo in cui verranno esposte. Faccio un sopralluogo e cerco d’impregnarmi delle sensazioni che mi trasmette. Nel caso di “Memorie” e di “Riflessi”, la mia seconda mostra a Bagno Vignoni in Toscana, è stato relativamente più semplice perché sono i luoghi della mia infanzia carichi di ricordi, conosco la gente e le pietre stesse! In seguito faccio una ricerca iconografica e degli schizzi in base all’idea che ho avuto che a volte si trasforma durante l’esecuzione stessa del progetto.

Il secondo modo di lavorare è quello d’installare sculture già esistenti in nuovi luoghi. Anche in questo caso, in seguito ad un sopralluogo, cerco di sentire e vedere gli spazi in modo che ogni scultura trovi quasi naturalmente il suo posto.

A volte osservando un luogo si possono percepire dei “vuoti” come se ci si aspettasse l’apparizione di qualcosa, è lì che in genere le mie sculture vengono collocate e trovo spesso conferma nello sguardo degli spettatori che mi dicono «è come se fosse sempre stata lì!». Mi è capitato, nello smontare una mostra, di creare una mancanza, una malinconia nei passanti abituati ormai a scorgere le silhouette trasparenti delle mie sculture.

Quali sono le caratteristiche delle reti Cavatorta che l’hanno spinta a sceglierle per le sue opere?

La rete Cavatorta è solida e permette di mantenere alla perfezione la forma durante la lavorazione dandomi la possibilità di fare un solo strato su alcuni pezzi.

Ultimamente, per realizzare sculture di dimensioni più grandi come L’Hyppocampo, ho usato oltre a quella esagonale anche quella elettrosaldata, ancora più solida, così da offrire una base sicura ad alcune parti. L’effetto dégradé che ne risulta è molto interessante, accentua la parte evanescente della scultura e allo stesso tempo la rende più robusta.

Che cos’è per lei l’ispirazione?

L’ispirazione per me parte dall’osservazione e dall’introspezione. Guardare fuori e dentro di sé e unire le sensazioni che ne scaturiscono.

Le immagini possono emergere come un flash durante l’ascolto di un concerto, la visione di un film o di una mostra oppure anche attraverso i sogni. Un mix di realtà percepite, immagini immagazzinate nella nostra memoria, profumi, parole. Il processo di rielaborazione non è così semplice e immediato, ha bisogno di essere “digerito”, assimilato e può prendere forma anche molto tempo dopo.

Quando si presenta un’immagine o un’idea, la scrivo o l’abbozzo su un foglio e poi cerco di realizzarla rapidamente se non sono impegnata nella preparazione di qualche mostra che prevede di seguire un progetto preciso.

Infatti, quando lavoro per la realizzazione di una mostra è diverso: restando fedele alla mia arte, cerco comunque di creare delle sculture che siano adatte al luogo in cui saranno esposte o di riadattare dei pezzi in modo da dare vita a nuova storia.

Sono comunque convinta che nel lavoro artistico ci voglia disciplina e non aspetto di avere un’illuminazione pe mettermi a creare, è un lavoro costante in cui il processo di realizzazione, anche se non sempre mirato, può aiutare le idee a emergere, svilupparsi e trasformarsi dando vita a quello che l’inconscio spesso non è pronto a trasmetterci immediatamente.

Il 2020 ha influenzato il suo modo di fare arte? e se sì in che modo?

A essere sincera sono stata fortunata in questo periodo difficile per molti artisti perché non ho mai smesso di lavorare.

Ho ricevuto un’importante committenza da parte della ditta Sit di San Marino, il che mi ha permesso di lavorare a cavallo tra il 2019 e il 2020.

In seguito, ho avuto un ordine dalla città di Buttrio (Udine) in occasione della prima edizione del Tree Art Festival. L’installazione, intitolata “Apis” in onore di questo insetto meraviglioso in via di estinzione purtroppo, è entrata a far parte della collezione del Parco di Villa di Toppo Florio a Buttrio.

Ho proseguito il 2020 e parte del 2021 con la preparazione della mostra “Formes de l’invisible” per il Parc Floral di Parigi.

Parliamo proprio di “Formes de l’invisible”. Com’è nato questo progetto?

La mostra “Formes de l’invisible” è nata in seguito a una mia proposta fatta direttamente al Parc Floral. Un’installazione di una quarantina di pezzi, alcuni già esistenti, altri creati appositamente per il parco.

L’idea è stata da subito ben accetta e mi ha permesso di lavorare direttamente sul posto. L’installazione prevede anche dei pezzi sull’acqua (L’Hippocampo, le donne-radici, Caronte, Cerbero e altri personaggi) rafforzando il gioco di trasparenze e riflessi che cerco sempre di mettere in evidenza. Il riflesso stesso prende vita propria e staccandosi dalla scultura sovrastante dà vita ad un altro personaggio in movimento.

Le sculture sono installate un po’ dappertutto, sull’acqua, nelle siepi, sugli alberi, e lo spettatore, dopo averne vista una, si diverte a cercarne altre rimanendo ogni volta sorpreso di fronte all’apparire di personaggi mitologici, mezzi uomini e mezzi animali, mescolati a persone normali, uomini, donne, bambini.

Se potesse scegliere una location dove esporre le sue opere, quale sceglierebbe?

Già adesso per me esporre al Parc Floral è una grande conquista perché è uno dei miei luoghi preferiti di Parigi. Un’altra location che mi è rimasta nel cuore è la Necropoli di Cerveteri e Tarquinia, è da lì che sono partiti tutti i miei lavori sulla mitologia e mi piacerebbe tanto esporre le mie sculture in quei luoghi. Poi se dovessi scegliere altri posti mi piacerebbe tantissimo il castello di Vaux le Vicomte, situato a sud est di Parigi, che ha degli splendidi giardini e il parco di Villa Reale a Monza, mia città natale.

Cosa consiglierebbe a un giovane artista che comincia il proprio percorso in questo periodo?

Io ho provato tante discipline diverse e sono arrivata tardi a trovare ciò che mi dava reale soddisfazione. Il mio consiglio è di perseverare, il nostro settore non è semplice e ci sono anche periodi di “vuoto”. È importante continuare a creare anche se non ci sono ordini o mostre in vista, cercare sempre di proporsi, anche partendo dalle piccole cose perché comunque ogni attività porta alla conoscenza di gente nuova e a trovare contatti che possono rivelarsi molto preziosi.

Concludiamo ringraziando Daniela Capaccioli e invitandovi a visitare una delle sue straordinarie mostre.

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